I friarielli sono molto simili alle cime di rape, sono broccoletti con infiorescenze appena sviluppate. Si soffriggono in aglio, olio e peperoncino, e rappresentano uno dei piatti più caratteristici della cucina napoletana. Difficilmente si trovano lontano da Napoli.



 

 

 


S.E.  Friariello, Ambasciatore d’Italia

“’O treno steva ancora int’a stazione, quann’aggio ‘ntise ‘e primme manduline….” All’interno della Stazione Centrale di Napoli, a pochi metri dai binari, c’è una fontana che reca scolpiti in epigrafe i celebri versi della canzone ”’O Paese d’o sole”. I mandolini che “intende” (con l’orecchio) l’Autore saranno pure stati i primi, ma probabilmente  anche gli ultimi. Certo è che  a Napoli non si sente più un mandolino dalla notte dei tempi. Nato a Napoli, questo strumento non ha mai lasciato la città: qui è nato, è cresciuto, ed è tranquillamente spirato nel proprio astuccio, circondato dall’affetto dei suoi cari. E così, il primo elemento della trimurti napoletana  mandolino-sole-pizza  è bello che sistemato. Veniamo al sole. Qui il discorso cambia, ma non del tutto. Non è che a Napoli il sole sia più caldo che altrove (ad esempio, a Palermo lo è di più), né più presente (la città partenopea ha  lo stesso numero di  giornate soleggiate di Roma, e meno di quante ce ne siano in tante località del Sud.) Il sole napoletano deve la sua celebrità a una canzone: “’O sole mio.” Che non era nemmeno dedicata a lui: quando scrive “o sole mio sta fronte a te”, il Poeta  si riferisce al viso della donna amata. Le ugole dei meridionali che affollavano la terza classe e i ponti dei piroscafi in partenza per l’America si sono poi occupati di portare questo malinteso sole fin laggiù, ed oltre.

Tutto questo per dire che l’Ambasciatore del “Fattoanapule”nel mondo: il celeberrimo  sole di Napoli,  è solo una metafora, e deve tutto a una bella ragazza rimasta sconosciuta, a un poeta innamorato (Capurro, per la precisione), e a un musicista ispiratissimo (il grande Di Capua.) Sistemato così, dopo il mandolino, anche il sole, non ci resta che mettere mano al terzo elemento (ed unico alimento) della triade: la pizza. Qui però troveremo pane per i nostri denti,  perché la pizza è davvero il piatto forte della portata-Napoli nel mondo. Inimitabile, e perciò straimitata in tutte (e con tutte) le salse,  la pizza è come quelle pochissime dive che non sono state guastate dal successo; pur cambiando in continuazione, è rimasta sempre la stessa. Ed è generosa da sempre, avendo fatto da apripista per i prodotti della cucina italiana. Facendosi notare, la pizza ha fatto in modo che venissero notate tutte le paste italiane, dai tortellini, ai ravioli, fino ai risotti. Perfino una delle sue spalle più umili, la mozzarella, mettendosi nella sua scia  ha conquistato fette di mercato sempre maggiori, riuscendo a mettersi in proprio. Oggi la mozzarella ha un posto nel pasto di milioni di persone, in ogni parte del mondo.

Il segreto del successo della pizza e della mozzarella non è la loro esclusività, ma esattamente l’opposto: la possibilità di replicarle. Dovunque sia possibile impastare farina ed acqua, e ci siano delle bufale, si possono fare pizze e mozzarelle. Che comunque rimandano sempre, per origine, qualità e tradizione, a quelle italiane.  Il Fattoanapule, anche quando viene copiato e replicato in tutte (e per tutte) le lingue, è insomma un eccellente trascinatore del MadeinItaly. Questo fenomeno non si è verificato  soltanto in campo alimentare; si pensi alla moda. Tra l’ottocento e il novecento, la sartoria napoletana per uomo era la più rinomata d’Europa, e tra le migliori del mondo. E si è tirata dietro l’intero comparto delle confezioni italiane.

Succede però che Napoli, oltre a vedersi accreditato il marchio virtuale “FattoaNapule”, sene veda universalmente addebitato un altro, che però è un marchio d’infamia: RifattoaNapule. Napoli è considerata da tutti la capitale mondiale del falso. Ma da quale pulpito viene la predica! Lo dice chiaramente quel che succede tutti i giorni alla pizza, per tacere del parmigiano, e di tanti altri prodotti alimentari e non.

La nomea di Napoli Regina del Falso è esattamente questo: un falso. Napoli è tutt'al più la città-immagine del contraffatto, con il suo clichè di furbizia truffaldina,  ma certamente non la sua centrale operativa. Né potrebbe esserlo, priva com’è di aziende adeguate, di strutture produttive su larga scala. La lunga lista invece del fattoanapule  presto,ne siamo convinti, si allungherà inevitabilmente. I tempi sono maturi perché venga conosciuto in tutto il mondo un nuovo straordinario prodotto : il friariello.

Mai piatto tanto nobile ebbe radici così proletarie. Alla nascita, il friariello non è altro che un broccolo: nu’vruoccolo, come si dice  a Napoli di un individuo privo di personalità e di iniziativa.

Il broccolo è una testa di rapa. Vabbè,  non sarà una cima, però le cime ce le ha: le cime di rapa, per l’appunto. Non sottovalutatelo: non è un tipo facile. Bisogna sapere come prenderlo. E quando.         

Le “infiorescenze” vanno infatti raccolte quando non sono troppo mature (altrimenti durante la frittura si disfano), ma neppure troppo poco (in tal caso  nell’olio si bruciano, rimanendo dure.)

E la scelta delle parti del broccolo da destinare alla frittura, come spiegarla? Il motto è: “Ammonnare, non ammonire”. Traduzione: Mondare, non dare suggerimenti. La quantità di gambo da lasciare, le foglie da conservare, sono cose che non si insegnano. Si sanno. Per averle viste fare migliaia di volte dalle nonne e dalle mamme.

L’arte del friariello fa parte dell’inconscio collettivo dei napoletani (un inconscio regionale, o forse ancor più ristretto: comunale.) Non ci sarebbe da stupirsi se un giorno venisse scoperto nel DNA dei napoletani il gene del friariello. Un gene dominante, sicuramente.

Ad onta del celebratissimo mare, un tempo tutti i napoletani erano campagnoli. Fino a cent’anni fa la città era un susseguirsi di orti e di terrazzamenti coltivati digradanti per le colline di Posillipo e del Vomero, e ancora tanti ne sopravvivono, pur assediati e frugati dalle mani di cemento che non hanno mai smesso di allungarsi sulla città. Non ci si dimentichi che prima di meritarsi il nome di mangiamaccheroni  i napoletani erano chiamati “mangiafoglia”, per la loro passione per la verdura cotta e cruda(insalata). Perciò, magari di cultura ne avevano poca, ma di coltura se ne intendevano.

Oltre al saperlo coltivare e cogliere, il friariello bisogna saperlo cucinare. Perché Cenerentola si trasformi in Principessa, e non resti una sguattera vestita a festa; affinché il broccolo si tramuti in friariello e non in una testa di rapa fritta; perché il dolce e l’amarostico s’incontrino al centro del palato, e frittura e verdura si abbraccino dolcemente, ci vuole qualcosa che solo i napoletani possiedono: un mix di amore ed olio. Olio extravergine di oliva, naturalmente.

Molto più che la preparazione del babà e della sfogliatella, operazioni complesse e in un certo qual modo specialistiche, la cottura del friariello viene considerata un test di napoletanità. Perché la cultura – e il genio – si misurano nelle cose semplici. Per spiegare la relatività, un professore di scuola ci mette tre ore e riempie sei lavagne di formule; il grande matematico impiega trenta parole, e un paio di metafore.

Per tutti questi motivi, il friariello oggi è un prodotto di nicchia: diffusissimo e amatissimo a Napoli, ma quasi impossibile da trovare fuori. Ma, come Lazzaro, dalla sua nicchia siamo sicuri che stia per uscire alla grande. Per la gioia dei napoletani che vivono all’estero (cioè in qualsiasi posto che non sia Napoli) e degli esteri che hanno ormai imparato ad amare la cucina napoletana.

E’ ufficiale: Sua Eccellenza il Friariello sta per diventare l’ultimo Ambasciatore del fattoanapule. Ed è pronto a fare da traino ad  altri prodotti italiani.

I veicoli? Internet, per cominciare. Per scoprire che i friarielli non sono condannati al matrimonio con la storica salsiccia, ma possono scegliere con soddisfazione di coniugarsi con altre specialità. Per dirne una, con la scamorza ai ferri.

Col tempo il friariello diventerà popolare in ogni parte del mondo. Anche lui (come la pizza, la mozzarella, e probabilmente il parmigiano) verrà fagocitato dall’industria del falso. Dovrà accettare di venir cucinato in mille modi, e assoggettarsi a matrimoni inconsueti; magari con l’hamburger, nelle grandi catene di fast food.

Matrimoni non necessariamente disdicevoli. Ma – è la solita storia -  l’esplosione internazionale del Friariello non danneggerà il marchio “fattoanapule”; lo promuoverà.  A sua difesa nascerà infatti di certo il Friariello DOC: una certificazione di qualità  a salvaguardia del friariello fatto a mano, cioè cucinato secondo le millenarie tradizioni partenopee.

 
 

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